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Rame

Rame

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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  • 20 episodes
  • Avg 13 min
  • Italian
  • July 31 · 14 min

    Money Clinic 18. Come gestire i soldi quando si pianifica l'arrivo di un figlio

    Un figlio cambia sempre il bilancio di una famiglia. Cambiano le spese, le priorità, le paure, il modo in cui si immagina il futuro. Anche quando quel figlio non nasce dal tuo corpo, ma arriva attraverso un’adozione. Rossella ha 37 anni, vive a Piacenza, lavora nel sociale e insieme al marito ha scelto l’adozione nazionale. Una decisione pensata a lungo, rimandata anche per ragioni economiche, poi diventata urgente dopo il Covid e dopo la perdita di una persona cara. La procedura di adozione nazionale in Italia è gratuita: non si pagano agenzie, intermediari o percorsi privati. Ma questo non significa che il denaro resti fuori dalla storia. Ci sono i permessi presi al lavoro, gli spostamenti, i colloqui, i documenti, il tempo dell’attesa. E poi c’è tutto quello che arriva dopo: una casa da riorganizzare, nuove spese, assegno unico da gestire, un piccolo fondo da immaginare per il futuro. Nel caso di Rossella, la genitorialità porta con sé anche un bisogno ancora più forte di protezione. Durante l’iter di adozione ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin, superato dopo il primo ciclo di terapia. Una malattia che l’ha resa più consapevole di quanto sia importante tutelare la propria famiglia anche davanti all’ipotesi di una propria assenza, temporanea o definitiva. Oggi Rossella e suo marito vogliono capire come proteggere il futuro economico del loro bambino, come usare bene le risorse che arrivano per lui, come costruire un fondo nel tempo e come integrare una pensione che, per chi lavora nel sociale, rischia di poggiare su basi contributive fragili. Perché pianificare l’arrivo di un figlio non significa solo comprare quello che serve adesso. Significa costruire un margine per gli imprevisti, pensare alla protezione della famiglia, iniziare presto a mettere da parte risorse per il futuro e dare al proprio amore anche una forma economica. Ad aiutare Rossella a orientarsi tra fondo di emergenza, piano di accumulo, polizza vita, salute e previdenza integrativa c’è Silvia Seresi, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Teramo. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.

  • S1 · E145
    July 29 · 15 min

    Episodio 145. Quei gettoni d'oro che non ho messo da parte

    Loredana Scaiano cresce a Tricarico, in provincia di Matera, in una casa in affitto, mandata avanti con due stipendi pubblici ma spoglia di orpelli: non ci sono nemmeno i lampadari, considerati del tutto inutili. Le risorse di famiglia prendono infatti un’altra direzione: i libri, lo studio e soprattutto i viaggi. Aveva tredici anni quando i genitori prosciugarono i risparmi per acquistare un camper. «Nella mia famiglia d'origine i viaggi non erano il superfluo, erano la base». Il matrimonio la catapulta però in una realtà speculare, fondata sull'accumulo: «Si conservano i soldi per comprare una casa, per comprare una terra...». In questa logica, viaggiare diventa un lusso ingiustificabile. Nonostante nessuno le ponga divieti espliciti, Loredana inizia ad autolimitarsi e a partire solo quando c'è un pretesto accettabile per farlo. Nella coppia, lui è medico, lei insegnante, e tra i loro redditi c’è una distanza enorme. I soldi vengono sempre considerati comuni, ma la disparità contribuisce a rendere più difficile per lei riconoscere come legittimi desideri che non coincidono con le priorità familiari. Questo equilibrio tiene per vent'anni, fino a quando i figli lasciano il nido. A quel punto, nel 2012, Loredana sceglie di separarsi per iniziare a vivere secondo ciò che conta per lei. Ma passare da un bilancio sostenuto da due redditi a uno solo fa emergere immediatamente la fragilità della sua posizione economica. Con uno stipendio annuo di circa 27 mila euro deve mantenersi da sola e affrontare i costi di una casa enorme: soltanto il riscaldamento arriva a costarle mille euro al mese. Per rialzarsi si affida all’unica arma che possiede: la cultura. Tenta la carta dei quiz televisivi, partecipa ad Avanti un altro! e vince 27 mila euro, esattamente l’equivalente di un anno di stipendio. Con quella cifra non solo paga le bollette, ma regala un viaggio in Giappone alla figlia e uno ai Caraibi al figlio. Poi compie il gesto decisivo: chiede un anno di aspettativa dal lavoro e parte per il giro del mondo con appena diecimila euro in tasca. Attraversa quattro continenti con venti voli, fermandosi pochi giorni nei Paesi ricchi e settimane in quelli poveri, arrivando a dormire nelle sale d’attesa degli aeroporti pur di risparmiare. Oggi Loredana continua a fare i conti con la sostenibilità delle proprie scelte. Sa che, se avesse conservato i gettoni d’oro della vincita e li avesse lasciati rivalutare, avrebbe in mano circa 150 mila euro. Ma a quel calcolo ne oppone un altro: «Stiamo parlando di dieci anni di vita che io ho vissuto esattamente come volevo».

  • S3 · E17
    July 24 · 13 min

    Money Clinic 17. Come gestire i soldi quando perdi il lavoro e decidi di reinventarti

    Quando si perde il lavoro dopo i cinquant’anni, la prima reazione sembra quasi obbligata: rimettersi subito in corsa, aggiornare il CV, cercare un’altra posizione simile, tornare il prima possibile dentro una traiettoria conosciuta. Ma cosa succede se proprio quella rottura diventa l’occasione per chiedersi: voglio davvero un altro lavoro uguale? Fosca è un’ingegnera. Per venticinque anni ha lavorato nel campo delle infrastrutture e della mobilità, costruendo una carriera internazionale tra Italia, Germania e Danimarca. Ha avuto ruoli di responsabilità, stipendi importanti, una crescita lineare. Poi, a 50 anni, è arrivato un licenziamento improvviso, legato a una riorganizzazione aziendale. La parte più difficile non è stata solo economica. È stata identitaria. Perché quando per anni ti sei riconosciuta nel tuo lavoro, perderlo significa anche chiederti chi sei fuori da quel ruolo. Fosca avrebbe potuto cercare subito un’altra posizione simile. Invece ha scelto di fermarsi. È partita per l’India, ha completato una formazione come insegnante di yoga e ha iniziato a costruire un nuovo progetto: una piattaforma dedicata alle donne tra i 38 e i 50 anni, per accompagnarle nella perimenopausa attraverso yoga, consapevolezza del corpo e strumenti concreti. Non è un salto fatto allo sbaraglio. Alle spalle ci sono anni di risparmio, investimenti, fondi pensione, piccoli bilanci fatti ogni sei mesi. Ma la domanda resta: quanto tempo può permettersi di dare a questo nuovo progetto prima che inizi a produrre reddito? Perché reinventarsi a 50 anni non significa solo avere coraggio. Significa conoscere il proprio costo di vita reale, capire quanta autonomia garantiscono i risparmi, rivedere il portafoglio quando il reddito diventa variabile e iniziare a pensare anche alla protezione di lungo periodo. Ad aiutare Fosca a orientarsi tra rischio economico, investimenti, liquidità e tutela della propria autonomia futura c’è Immacolata Imperatrice, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Ceprano. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.

  • S1 · E144
    July 21 · 16 min

    Episodio 144. 27mila euro di Ral per fare ciò in cui credo, 82mila per tradirlo

    Flavia ha 33 anni, viene da Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, ed è cresciuta in una famiglia di imprenditori agricoli. In casa il lavoro occupava quasi tutto: i suoi genitori investivano continuamente nell’azienda, rinunciavano alle vacanze e consideravano molte spese legate al piacere come superflue. Da quel modello Flavia eredita due convinzioni: che più si lavora, più si guadagna, e che la rinuncia sia il modo normale di gestire il denaro. Il confronto con vite diverse le fa però intravedere un’altra possibilità. Attraverso lo studio cerca non soltanto un lavoro, ma una forma di emancipazione dalla fatica che aveva visto in casa. Dopo la laurea in Biotecnologie mediche si trasferisce a Barcellona per un dottorato, senza nemmeno chiedere quanto avrebbe guadagnato. A muoverla è un’idea romantica della ricerca e delle vite che avrebbe potuto contribuire a salvare. Con il tempo, però, quel sogno si ridimensiona. Il lavoro in laboratorio richiede moltissime ore e sacrifici, ma non le permette di costruire l’autonomia che cercava. Da postdoc guadagna 27 mila euro lordi l’anno, continua a vivere in una casa condivisa e non riesce a immaginare un futuro diverso. È allora che l’equazione con cui è cresciuta - più lavori, più guadagni - si rivela falsa. «Mi frustrava lavorare molto, sacrificare molto della mia vita privata, senza avere quel ritorno economico che invece vedevo nei miei». Dopo aver lasciato l’università e Barcellona, Flavia torna per un anno a casa dei genitori e, con l’aiuto di un career advisor, prova a tenere insieme soddisfazione e sicurezza economica. Durante la ricerca arriva un’offerta da 70 mila sterline, circa 82 mila euro, per lavorare in un’azienda di pesticidi. È quasi il triplo della sua Ral da ricercatrice, ma il settore entra in conflitto con ciò in cui crede. «Non mi faceva dormire la notte». Alla fine sceglie una startup scientifica, con una Ral di 34 mila euro: meno denaro, ma la possibilità di non separare del tutto il lavoro dalla persona che vuole essere.

  • S3 · E14
    July 17 · 11 min

    Money Clinic 16. Come gestire i soldi quando rinunci allo stipendio sicuro per la libertà

    A volte il lavoro fisso non si lascia perché qualcosa va male. Si lascia perché, anche quando tutto sembra funzionare, dentro si fa strada una domanda: e se stessi dando meno di quello che potrei? Lucia ha 35 anni, è architetta e per otto anni ha lavorato come dipendente. Non scappa da un capo tossico, né da un burnout, né da un ambiente insostenibile. Aveva uno stipendio, una routine, una certa tranquillità. Ma proprio dentro quella stabilità ha iniziato a sentire che qualcosa non tornava: la sensazione di essere al sicuro, sì, ma anche ferma in una casella troppo stretta. Dopo anni di stage sottopagati, contratti precari e affitti milanesi che rendevano quasi impossibile risparmiare, Lucia era finalmente riuscita a costruirsi un cuscinetto. Circa 40.000 euro messi da parte in cinque anni, grazie a scelte attente, qualche fortuna e una vita non troppo sopra le proprie possibilità. Poi, a gennaio, ha deciso di lasciare il contratto a tempo indeterminato e provare a costruire una strada da libera professionista. Un salto che porta con sé libertà, tempo, possibilità di lavorare da altrove. Ma anche una parola con cui bisogna imparare a convivere: incertezza. Perché quando esci dal lavoro dipendente, non perdi solo uno stipendio fisso. Perdi anche una serie di protezioni che spesso dai per scontate: malattia, coperture, continuità di reddito, tutela in caso di stop. E allora i risparmi non bastano più a sentirsi al sicuro: serve capire come proteggersi se succede qualcosa proprio mentre si sta costruendo una nuova vita professionale. Ad aiutare Lucia a orientarsi tra fondo di emergenza, assicurazioni, salute e protezione del reddito c’è Alessia Rossettini, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Lonigo. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.

  • S1 · E143
    July 14 · 12 min

    Episodio 143. Quando ho imparato a chiedere, il mio stipendio è cresciuto del 140%

    Elios ha 35 anni, è un software architect e vive a Milano, ma è nato in Albania, nell'anno in cui il Paese passava dalla dittatura comunista alla democrazia. La sua è una famiglia di ceto medio che manda avanti un ristorante, dove i soldi seguono un rituale preciso: all'inizio di ogni mese si accantona per le tasse, per la scuola, per le spese, e ciò che resta si risparmia il più possibile. Si accumula, non si investe, perché non si sa cosa succederà domani. Sulla cultura e sull'istruzione non si risparmia; sul divertimento e sulle vacanze sì. Da quella selezione Elios eredita qualcosa di più profondo del solo modo di spendere. «Questa modalità aveva creato in me una specie di freno a mano invisibile, che nella vita mi ha sempre guidato a non superare quel confine». Quel freno lo accompagna a lungo. In Albania cambia tre aziende, ma mai per migliorare la remunerazione: solo per cercare più sicurezza. Poi arriva in Italia, per motivi personali, e accetta una posizione molto al di sotto delle sue competenze, a 25.000 euro lordi. Un anno e mezzo dopo arriva la pandemia, che va a colpire il suo punto più fragile: la stabilità che aveva cercato per tutta la vita. È lì che il freno smette di funzionare come protezione e diventa un limite, che lo blocca nel riconoscere il proprio valore anche sul piano economico. In famiglia, del resto, non si negoziava mai, nemmeno il prezzo di un acquisto. «Pur riconoscendo il valore del lavoro degli altri, si faceva fatica a vendere il proprio lavoro al prezzo giusto». A smuovere qualcosa è il confronto con la compagna, con cui il denaro diventa oggetto di conversazione aperta. È lei a dargli la frase che gli mancava. «Questo rispetto che metti verso gli altri, a un certo punto, lo devi mettere anche verso te stesso». Alle conversazioni con la compagna si affiancano conversazioni con esperti di finanza personale. «Quello che mi ha cambiato un po' il modo di relazionarmi con il denaro è stato partecipare a eventi di educazione finanziaria e, soprattutto, cercare di comprendere il più possibile l'economia». Nel giro di otto anni Elios arriva a guadagnare il 140% in più rispetto a quando è arrivato a Milano, cambiando azienda e negoziando. E, a differenza della sua famiglia d'origine, non si limita ad accumulare: inizia a investire. Non ha mai abbandonato la cultura con cui è cresciuto, ma l'ha completata. «Tra cinque anni mi piacerebbe avere una gestione economica che mi permetta di vivere meglio il presente e di guardare al futuro con più realismo».

  • S3 · E15
    July 10 · 12 min

    Money Clinic 15. Come gestire i soldi quando vuoi prenderti un anno sabbatico

    Ci sono sogni che non smettono di tornare. Anche quando li rimandiamo per anni, anche quando la vita chiede altro: un lavoro da tenere stretto, una famiglia da assistere, una casa da pagare, una città nuova in cui ricominciare. Viviana ha appena compiuto 40 anni e da sempre sogna di fare la fotoreporter. Per anni, però, quella passione è rimasta sullo sfondo. Ha studiato, lavorato come fotografa freelance, viaggiato quando poteva, poi ha messo tutto in pausa per restare accanto alla madre malata. Ha gestito un bed and breakfast a Palermo, si è trasferita a Torino, ha affrontato una separazione e imparato a non chiedere più soldi a nessuno. Oggi vive a Torino con Andrea, travel designer, e insieme hanno deciso di fare spazio a una domanda che non vogliono più rimandare: che cosa succederebbe se ci prendessimo un anno per vivere davvero come desideriamo? Il loro piano è lasciare la casa, partire per il Sud America e provare a costruire una vita più vicina a ciò che amano: viaggiare, raccontare storie, fotografare. Ma un anno sabbatico non è solo una partenza. È un progetto economico: bisogna capire quanto costa vivere in viaggio, quali spese restano anche mentre si è lontani, quanto serve tenere da parte per gli imprevisti e come affrontare i mesi in cui le entrate potrebbero non arrivare. Perché risparmiare per un sogno non significa soltanto rinunciare a qualche sfizio. Significa trasformare un desiderio in un piano: costruire un budget, definire un fondo di emergenza, capire quanto tempo manca alla partenza e scegliere come accantonare le risorse senza inseguire scorciatoie o rendimenti impossibili. Ad aiutarla a preparare questo salto c’è Elisa Severin, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Novafeltria. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.

  • S1 · E142
    July 7 · 11 min

    Episodio 142. I miei genitori hanno investito su di me. Ora devo farcela

    Irene ha 30 anni e vive a Firenze, dove suona e insegna violino. Cresce a Varese e fin da piccola sogna una casa più grande di quella in cui vive, ma quel desiderio non diventa mai una bussola per le sue scelte. A cinque anni inizia a suonare il violino, e per tutta l’adolescenza la musica resta una promessa intatta. È solo lasciando Varese, e trasformando quella passione in un percorso di studio e poi in una professione, che Irene si scontra con la vera vita del musicista. Quella vita, Irene la incontra a Firenze, dove si trasferisce per studiare violino alla Scuola di Musica di Fiesole. Oggi in quella scuola insegna con un contratto a tempo indeterminato. A essere stabile, però, è solo il contratto. Il compenso orario si aggira intorno ai 20 euro lordi; il resto arriva dalle orchestre, con contratti di prestazione occasionale e pagamenti che possono richiedere mesi. «Sto ancora aspettando i soldi di concerti fatti a novembre del 2025». Sommando insegnamento e concerti, Irene arriva a guadagnare tra i mille e i milleduecento euro al mese: una cifra che non le garantisce ancora una piena autonomia, ma che non si allontana troppo dalla norma di un settore in cui, secondo l’Inps, nel 2023 il reddito medio annuo dei musicisti era di circa 7.215 euro, poco più di 600 euro al mese. Così, l’indipendenza che a vent’anni sembrava il traguardo, a trenta è ancora un punto all’orizzonte. A complicare le cose c'è il fatto che la sua professione continua a chiedere investimenti anche dopo gli studi. Corsi di perfezionamento, insegnanti, preparazione fisica e fisioterapia restano quasi sempre a carico dei musicisti. E quando un’infiammazione o un dolore costringono a rinunciare a un concerto, salta anche il compenso. Per arrivare fin qui, i genitori di Irene hanno investito nella sua formazione e, quando è arrivato il momento, le hanno comprato anche un violino professionale da diecimila euro. Non le chiederebbero mai di restituire quei soldi. Eppure Irene sente che quell’investimento debba produrre qualcosa: non necessariamente un guadagno, ma almeno la prova che la strada scelta può darle una vita serena e una sicurezza economica. «Hanno fatto questo investimento, e in qualche modo deve dare dei frutti».

  • S3 · E14
    July 3 · 11 min

    Money Clinic 14. Come gestire i soldi quando arriva un'eredità improvvisa

    A volte i soldi arrivano quando non li stavamo aspettando. E quasi mai arrivano da soli: con un’eredità può arrivare un lutto, una casa da svuotare, ricordi da mettere in ordine, ma anche una domanda molto concreta. Che cosa ne faccio? Li lascio fermi sul conto? Li spendo? Li investo? Li uso per comprare una casa, integrare un reddito instabile, proteggermi dagli imprevisti? Monica ha 57 anni, lavora da trent’anni come giornalista freelance e divide la sua vita tra Italia e Spagna. È cresciuta in una famiglia che, quando lei era adolescente, ha attraversato un grave tracollo finanziario. Da allora ha imparato a cavarsela da sola, a vivere con poco e a gestire il denaro più con l’intuito che con i numeri. Negli anni ha affrontato affitti che assorbivano quasi tutto il suo reddito, cambiamenti professionali, una separazione e una scelta che lei stessa definisce incosciente: comprare una piccola casa a Valencia. Oggi quell’immobile le garantisce una rendita, ma la sua situazione resta quella di molte lavoratrici autonome: entrate variabili, contributi non sempre continui e una pensione futura che rischia di essere minima. Poi, pochi mesi fa, è arrivata una piccola eredità dal padre. Monica sa che vorrebbe investirla, ma non sa ancora da dove cominciare. Perché un’eredità può essere molto più di una somma di denaro. Può essere l’occasione per passare dalla sopravvivenza alla pianificazione: distinguere ciò che serve tenere disponibile per gli imprevisti da ciò che può lavorare nel tempo, chiarire i propri obiettivi, valutare il rischio e costruire una maggiore protezione per il futuro. Ad aiutarla a orientarsi tra investimenti, immobili, tutela della casa e protezione della salute c’è Antonia Pangallo, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Messina Nord. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.

  • S1 · E141
    July 1 · 12 min

    Episodio 141. Pensavo di essere libera. Invece ero una finta partita Iva

    Martina ha 35 anni, vive a Verona e lavora nella comunicazione digitale come libera professionista. È cresciuta in una famiglia agiata, con un padre imprenditore edile che si era costruito da sé la propria impresa, partendo dalla Val di Fiemme. È lui il modello che la spinge, fin da ragazza, a non fermarsi al posto fisso: «Il posto da dipendente l'ho sempre allontanato il più possibile, perché l'ho sempre visto come una gabbia troppo stretta». Così, dopo la laurea e una serie di stage non pagati, apre la partita Iva. Per dieci anni la vive con leggerezza, e con metodo: accantona il 30% di ogni fattura su un conto deposito, affronta le tasse senza pensieri, accantona da sola perfino un piccolo Tfr. Ma c'è una contraddizione alla base. I clienti di Martina sono agenzie, che la ingaggiano in rapporti continuativi e a tempo pieno. La sua condizione diventa difficile persino da nominare: «Io sono una dipendente partita Iva». A questi incarichi fissi, se ne aggiungono altri, che le girano colleghi e freelance veri, e che lei porta avanti la sera. A dicembre 2022 nasce suo figlio. Con un neonato in casa, i lavoretti serali spariscono, e quello che sembrava un extra si rileva essere l'ingranaggio che tiene in piedi tutto. «Mi sono resa conto che la mia attività infrasettimanale non bastava a mantenermi. Erano quei lavoretti serali, in realtà, a darmi l'elasticità e un maggior agio economico». In questo cambio di vita, la partita Iva inizia a mostrare l'altra faccia. Quella fatta di tutto ciò che non offre. «Anche se i miei 1.800 euro netti possono assomigliare allo stipendio di un dipendente, mi mancano tutta una serie di sicurezze: la malattia, le ferie, il TFR. Sono tutte cose a cui io non ho accesso». Quando prova a immaginare il suo futuro, davanti a sé vede una strada che fino a poco tempo fa avrebbe escluso senza pensarci: rimettersi volontariamente nella gabbia che ha sempre evitato, quella del posto fisso. Ma stavolta come un mezzo per arrivare altrove. «Non è una modalità che sento mia, ma potrebbe darmi più serenità, e magari consentirmi di fare quel salto che mi serve per aprire una mia attività».

  • S3 · E13
    June 26 · 11 min

    Money Clinic 13. Come gestire i soldi quando vuoi lasciare il posto fisso

    Cambiare lavoro non basta sempre. A volte cambi azienda, cambi ruolo, cambi città. Ma la fatica resta. E allora arriva una domanda più grande: e se il cambiamento di cui ho bisogno fosse reinventare completamente il mio lavoro? Francesca ha 39 anni, vive in provincia di Bologna, due figli e un mutuo sulle spalle. Dopo un burnout, tre cambi di azienda e la sensazione che il problema non potesse più essere risolto semplicemente cambiando scrivania, ha iniziato a immaginarsi libera professionista. Ha già studiato un business plan, iniziato a testare alcune consulenze e aperto un file Excel per guardare finalmente entrate e uscite. Per la prima volta è riuscita a mettere da parte 1.500 euro. Un traguardo importante, ma non ancora sufficiente per affrontare con serenità un reddito variabile. Perché mettersi in proprio non significa solo avere un’idea o il coraggio di lasciare il posto fisso. Significa capire quanto costa la propria vita, quali spese sono davvero indispensabili, quanto bisogna fatturare per sostenerle, quanta liquidità serve prima di partire. E iniziare a considerare anche ciò che prima veniva dato per scontato: ferie, malattia, strumenti di lavoro, formazione, previdenza. Ad aiutarla a mettere ordine tra dubbi, numeri e prospettive c’è Irene Viggiani, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Torino Regio Parco. Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.

  • S1 · E140
    June 24 · 13 min

    Episodio 140. Saper gestire il denaro, mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco

    Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano, in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d'ansia. A diciassette anni il padre le insegna che davanti a un lavoro che è pagato sempre meno non si è impotenti. «Mi diceva che investire è una cosa che si può studiare, una skill che si può apprendere». Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre muore quando Paola ha ventitré anni e lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte. Il fatto che non le avesse mai tenute all'oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza. Paola si laurea in Mediazione Linguistica e scopre che in Italia, il lavoro per cui si è formata non ha mercato e ci si aspetta che lo facciano i volontari. Così emigra: Istanbul, Vienna, il Sud America, Bangkok e infine Barcellona. Ed è fuori dall'Italia che impara quanto vale ciò che sa fare. «Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello per cui a Milano mi davano 15 euro l'ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50». Ogni salto, però, lo prepara con prudenza: prima un cuscinetto da parte, e poi il rischio. È questa gestione attenta a permetterle la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città, Barcellona, che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo, da language coach online. «Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere». Lo stesso principio governa anche la decisione più intima, quella della casa, che compra con il compagno solo a condizione di restarne la socia di maggioranza: «Se dovesse succedere qualcosa io sono in sicurezza».

  • S1 · E139
    June 16 · 12 min

    Episodio 139. Guadagnavo, ma non pensavo di meritarmelo

    Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è cresciuta a Taurianova, in Calabria. La sua famiglia gestiva una pasticceria. Il denaro in casa non è mai mancato del tutto, ma era sempre contato. «Mio padre non dormiva la notte per capire come pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento». Lucia cresce così, dentro una grammatica economica fatta di sacrificio, rinuncia e attesa. Quel tempo migliore, Lucia prova a cercarlo altrove. Studia Scienze politiche e sociali a Cosenza, conosce l’uomo che diventerà suo marito e poi lo raggiunge a Milano. A 25 anni trova lavoro in una società di recupero crediti, con uno stipendio di 1500 euro, «che allora per me erano una camionata di soldi». Quattro anni dopo entra in banca: «Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star». Fuori, Lucia è quella che ce l’ha fatta. Dentro, però, inizia a farsi spazio un senso di colpa difficile da nominare: «Ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Pensavo a quanto mio padre aveva dovuto faticare per averli». Quel senso di colpa si trasforma presto in una difficoltà a riconoscere il proprio valore. «Ho sempre vissuto quello che arrivava non come meritato, ma perché capitava. E quindi non sono stata mai brava a trattare aumenti di stipendio». Quando diventa madre per la seconda volta, la svalutazione del suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi. «Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa». Lucia si sente messa da parte, ma riconosce di essersi messa da parte anche da sola: «Sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro». Finché il suo capo pronuncia una frase che la colpisce come una pugnalata: «Non sei più la Lucia di un tempo». Come se diventare madre avesse cancellato la lavoratrice che era stata prima. Oggi Lucia sa che dietro quella fatica c’è un meccanismo sociale più grande, ma anche una storia personale fatta di senso di colpa verso il guadagno, e procrastinazione del godimento. Grazie a una terapia psicologica, ha imparato a guardare il proprio tempo in modo diverso e a riconoscere che molte delle sue scelte sono ancora abitate da quel “prima o poi” imparato in famiglia. Suo marito vorrebbe tornare al Sud, verso una vita più vivibile e più vicina ai genitori che invecchiano. Lucia non dice di no, ma sa cosa la blocca: «È il procrastinare. Il dire: prima o poi ci sarà il tempo per farlo. Ma quel prima o poi sei tu a decidere quando sarà. Non sarà un altro a venirti a dire: ora è il momento giusto».

  • S1 · E138
    June 9 · 13 min

    Episodio 138. Vivo con 23 mila euro l’anno. Sono la rendita dei miei investimenti

    Francesca ha 53 anni, vive a Senigallia e per quasi tutta la vita ha fatto l'insegnante. Oggi non lavora più: si è licenziata e vive con 23.000 euro l'anno, frutto dei suoi investimenti. Il suo rapporto con il denaro nasce da bambina, quando suo padre, impiegato di banca a Ravenna, le regala uno dei primi bancomat per bambini. «Da quel momento ho imparato a gestire i soldi: sapevo quanto potevo spendere in una settimana, e in che cosa». Cresce così tenendo la contabilità di ogni spesa e mette da parte tutto con una direzione sola: i viaggi, l'unica voce davvero preponderante nel suo bilancio. Diventa insegnante, compra casa, e poi si trasferisce in un casolare nelle Marche con il compagno, per inseguire il sogno di una vita in collina. Ma per dieci anni a lavorare è solo lei, mentre lui si licenzia per scrivere. «L'orto lo curavo io, della casa mi occupavo io, guadagnavo io. Lo squilibrio economico ha fatto saltare il piatto». Dopo la separazione conosce quello che è oggi il suo compagno, un ingegnere che da anni vive dei propri investimenti, e che le insegna la cosa che le mancava: smettere di affidare i risparmi alla banca. «Io non faccio trading, sono più una cassettista: compro titoli e li tengo lì, per far lavorare l'interesse composto». Comincia così a investire da sola e a ricalibrare ogni voce delle sue spese. Vende la casa in collina, si trasferisce a Senigallia, prova un anno sabbatico senza stipendio per capire come si vive senza un'entrata fissa. E quando capisce che regge, nel 2024 si licenzia. Oggi dei 23.000 euro annuali di cui ha bisogno per vivere, 9mila euro sono spesi in viaggi, e una parte finisce nel risparmio già a inizio mese, prima ancora di spendere il resto. «Io voglio godermi la vita adesso. Ho 24 anni in meno dei miei genitori: quando me la godo, a ottant'anni?».

  • S1 · E137
    June 2 · 13 min

    Episodio 137. Guadagno seimila euro al mese e questo condiziona tutte le mie relazioni

    Sofia ha cinquant'anni, vive in provincia di Como e ogni mattina attraversa la frontiera per andare a lavorare in Svizzera. Per capire la sua storia, bisogna partire da molto più indietro - da una famiglia in cui i soldi non c'erano. Sofia nasce da due genitori appena diciottenni. I soldi sono pochi, le tensioni molte, e quando i suoi si separano lei frequenta il liceo classico di Como in mezzo a figli di medici e avvocati. È lì che la mancanza di denaro diventa una sofferenza vera. «Le mie compagne avevano le Superga del colore della maglietta. Io avevo i vestiti dei sacchi. Ho fatto il primo anno di superiori con il Montgomery che mi era stato comprato e quando ero in classe non l'ho mai tolto». È in quegli anni che si forma la convinzione che ancora oggi guida Sofia: i soldi danno libertà, e quella libertà bisogna guadagnarsela da soli. Sua madre trova un lavoro come bibliotecaria e non vacilla: i suoi figli faranno l'università. Sofia ottiene la borsa di studio massima, si laurea in Scienze dell'Educazione alla Cattolica, poi si iscrive a un master a Venezia in Integrazione degli stranieri. Per fare lo stage obbligatorio, nessuno in Italia risponde. Così prova a telefonare in Svizzera e trova subito lavoro in un centro, dove lavora ancora adesso. Oggi Sofia dirige venticinque persone e guadagna seimila euro al mese. È una posizione che gestisce con una discrezione quasi assoluta: quasi nessuno sa quanto guadagna. E quando la differenza con gli altri emerge, cerca di stemperarla. Ma dentro la famiglia il meccanismo si complica: paga sempre lei le pizze, fa sempre i regali più grandi, e sente che qualcosa nelle relazioni, piano piano, viene falsato. «Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Ma poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui sono sempre io quella che paga». Il privilegio di cui sa di godere, Sofia cerca di farlo ricadere indirettamente anche sul resto della società. «Di mestiere lotto contro l'ingiustizia sociale tutto il giorno. E cerco anche di fare in modo che la qualità della vita delle persone che mi sono più vicine sia migliore grazie al mio lavoro».

  • S1 · E136
    May 27 · 15 min

    Episodio 136. Mrs. Veggy: «Per anni ho risparmiato su tutto, anche su di me»

    Clarissa, conosciuta sui social come Mrs. Veggy, ha trentadue anni, vive ad Arona ed è una delle voci più seguite della cucina vegetale in Italia. Cresce a Stresa, dentro un ristorante di famiglia dove di soldi non si parla mai apertamente, ma il messaggio è chiaro: chi guadagna di più, vale di più. Da bambina interiorizza quell’equazione e si dà un obiettivo netto: «Ho sempre desiderato diventare ricca». A quindici anni inizia a lavorare nei weekend nel ristorante, come le sue cugine. Quei soldi le danno indipendenza e alimentano l’idea che la sicurezza passi dall’accumulare e dal concedersi il meno possibile. Dopo la laurea, quando si trasferisce ad Arona per fare la graphic designer freelance, rompe per la prima volta quel modello: mentre in famiglia anche chi ha un altro lavoro continua a fare i weekend al ristorante, lavorando di fatto sette giorni su sette, Clarissa decide di non tornare. Per i suoi non è concepibile che preferisca il tempo libero a qualche soldo in più. Ma la vita da freelance è più faticosa del previsto. Per anni guadagna poco e quel poco la misura: si sente inadatta, non abbastanza adulta, non abbastanza utile nella coppia. L’ansia di diventare ricca si trasforma così in ansia del consumare: spendere il meno possibile, concedersi il meno possibile, risparmiare come forma di controllo. Poi arriva il 2020. Nel pieno della pandemia apre un profilo Instagram di ricette vegetali. Nel 2022 firma con un’agenzia ed è la svolta: per la prima volta guadagna abbastanza, anzi di più, e nella coppia i ruoli economici si invertono. Ma diventare un personaggio pubblico porta con sé una nuova paura: non essere all’altezza. Una crisi profonda la porta in terapia, dove inizia a guardare anche il suo rapporto con i soldi. Oggi Clarissa ha riempito di un altro significato l’idea di ricchezza che la guidava a quindici anni. I soldi non sono più un valore universale, ma uno strumento per stare meglio. Il simbolo è un cappuccino al bar, più volte a settimana: una piccola spesa che prima le sarebbe sembrata impensabile, e che adesso riconosce come un investimento in sé stessa.

  • S1 · E135
    May 19 · 12 min

    Episodio 135. Ho guadagnato meno, ma ho iniziato a sentirmi libera

    Giorgia ha 34 anni, vive a Genova e insegna in un istituto professionale di periferia. È cresciuta in una famiglia di ceto medio e fin da bambina ha interiorizzato un’idea molto precisa: non dover dipendere economicamente da nessuno. Quando i suoi genitori si separano, lei vede da vicino cosa significa dipendere dagli aiuti familiari e costruisce, quasi senza accorgersene, un obiettivo identitario. «Non ho mai visualizzato cosa sarei stata da grande, ma sicuramente il come: una persona indipendente anche dal punto di vista finanziario». Quella convinzione accompagna tutte le sue scelte. Giorgia studia Scienze dei Materiali, si trasferisce a Milano per la magistrale, lavora durante l’università per contribuire all’affitto e, una volta laureata, trova subito impiego in una multinazionale. Ha uno stipendio buono, benefit aziendali, prospettive di crescita e un contratto stabile. «Mi hanno valorizzato sia dal punto di vista economico che professionale». Poi arriva il Covid, una gravidanza complicata e, insieme al lavoro da remoto, il ritorno a una vita che le manca: Genova, il compagno, la famiglia, gli amici. In quel momento riceve un’offerta per una supplenza come insegnante, un lavoro che aveva sempre desiderato fare. La scelta è improvvisa: quarantotto ore per licenziarsi e cambiare completamente vita. E Giorgia lo fa, lasciando alle spalle possibilità di carriera, aumenti di stipendio, assistenza sanitaria integrativa e un fondo pensione aziendale. «Per mantenere comunque la mia indipendenza economica sarei stata disposta anche a fare un lavoro meno remunerativo, meno valorizzato, proprio perché nell'infanzia e nell'adolescenza ho costruito questa idea di me molto indipendente dal punto di vista finanziario». Oggi Giorgia guadagna meno di prima, ma sente di aver costruito una vita più vicina a sé. E la stabilità economica che ha conquistato negli anni è diventata qualcosa di diverso da un semplice obiettivo: uno strumento per scegliere come vivere il proprio tempo, dove stare e a cosa dedicarsi. Anche gratuitamente. Perché oltre a insegnare, Giorgia è consigliera municipale e segretaria di partito a Genova. E proprio lì, nella possibilità di esserci anche dove il denaro non è il punto, per lei si misura il significato più profondo dell’indipendenza economica.

  • S1 · E134
    May 12 · 11 min

    Episodio 134. Mi hanno insegnato che il lavoro non si lascia. Anche se non ti piace

    Martina ha trent'anni, è cresciuta in Calabria ed è figlia unica di due impiegati statali che le hanno insegnato che «il lavoro è importante, soprattutto perché tante persone attorno a te non ne hanno uno. Perciò, se ce l'hai stabile, te lo tieni. Anche se non ti piace». Quel mandato Martina lo onora alla lettera. Si laurea in tempi rapidi all'Università della Calabria, si trasferisce a Milano per la magistrale in Bocconi e, una volta finiti gli studi, trova subito un impiego in una grande azienda, in ambito dati, con un contratto a tempo indeterminato. In cinque anni cambia tre lavori, sempre con stipendi crescenti. Oggi guadagna 42mila euro lordi all'anno, ha risparmiato, ha investito, ha imparato a negoziare. È, in tutto e per tutto, una persona che ha raggiunto la stabilità. Eppure, da qualche mese, qualcosa si è messo in movimento. Sono i progetti che fa fuori dal lavoro a riaccenderla in un modo che il contratto a tempo indeterminato non le restituisce. Per la prima volta, Martina si chiede se la strada percorsa la rappresenti ancora. «Da un punto di vista razionale, se mettiamo a tavolino i miei Excel e le mie stime, potrei decidere di sondare altri terreni e avere un paracadute. Ma il mio punto di vista emotivo non me lo permette. Distaccarmi da questa concezione, per quanto razionalmente abbia tutte le carte per farlo, è difficile». È quello che oggi si chiama job hugging - l'abbraccio al proprio lavoro anche quando non lo si ama più - e che secondo Glassdoor riguarda il 93% dei lavoratori. La paralisi di Martina, però, non è quella di chi non vede alternative: è quella di chi le vede tutte, le ha calcolate, e non riesce comunque a sceglierne una, perché le è difficile discostarsi da ciò che le è stato insegnato. «Non è tanto la RAL, la quantità di soldi in sé, quanto la stabilità che il lavoro a tempo indeterminato in un'azienda grande ti dà». Lo stipendio che permette a Martina di sentirsi tranquilla è anche quello che le impone di restare in una città che, per come è strutturata oggi, le chiede tutto quello che guadagna. E forse è anche per questo che, quando le si chiede dove si vede tra cinque anni, l'unica risposta possibile è una che fino a poco tempo fa avrebbe escluso: «Forse mi vedo in Calabria, di nuovo. Non l'avrei mai detto, però in realtà poi si cambia».

  • S1 · E133
    May 5 · 16 min

    Episodio 133. Quei 50mila euro ricevuti per la morte di mio padre, che non ho toccato per 30 anni

    Claudia ha 46 anni, è originaria di Verona e vive a Lugano dal 2012, dove è responsabile eventi di un importante centro culturale. Ci è arrivata dopo aver provato per anni a costruirsi una carriera in Italia, senza riuscirci. Trent'anni prima, suo padre aveva fatto lo stesso identico gesto, lasciando la Sicilia per il Veneto con un concorso pubblico vinto e la stessa rabbia di chi va via dalla propria terra perché non gli dà quello che cerca. Quando i suoi genitori si separano, Claudia ha 4 anni. La madre, che aveva smesso di lavorare alla sua nascita, ha solo una baby pensione e un appartamento sul lago ereditato dalla nonna. È poco, ma basta a non dipendere completamente dal marito. «Penso che quella sia stata la molla che mi ha fatto scattare la necessità di non dipendere da un uomo». Quando Claudia ha 15 anni, suo padre muore per un infarto che il pronto soccorso non aveva riconosciuto. A diciotto, lei e sua sorella si ritrovano con più di cinquantamila euro sul conto: il risarcimento della causa vinta contro l'ospedale e una polizza vita che il padre, previdente, aveva stipulato per loro. Nessuno insegna a Claudia come usarli, ma lei decide subito di vincolarli: saranno il salvagente per le emergenze, non il "bancomat" per tirare avanti. Intanto si iscrive a Scienze della Comunicazione a Trieste, perché sogna di fare la giornalista. Si laurea, si specializza con un master in giornalismo ambientale a Roma, vince una borsa all'Ansa di Londra. Ma il mondo della comunicazione, in Italia, le restituisce solo stage non pagati, contratti precari, stipendi da fame, e quella sensazione costante di non riuscire ad arrivare da nessuna parte. «Non sono stata capace di trovare un lavoro dignitoso. Mandavo in media dieci curriculum a settimana, ma niente. A un certo punto ho dovuto arrendermi e andare via». A Lugano raggiunge il compagno e ricomincia da zero. Tre anni dopo vince il concorso per il centro culturale dove lavora ancora oggi. Ha due figli, un marito che ha scelto di fare un passo indietro nel proprio lavoro per sostenere il suo, e una vita costruita sul sacrificio. I cinquantamila euro lasciati dal padre sono ancora intatti su un conto vincolato, e Claudia spera di poterli lasciare a sua volta ai figli. Per loro, però, immagina un futuro ancora più a nord: sta studiando tedesco per aiutarli ad andare nella Svizzera interna, dove gli stipendi sono il doppio. «Ma se poi mi diranno che vogliono tornare in Italia, dove vedo e sento che hanno un grande legame, sarò comunque felicissima per loro».

  • S1 · E132
    April 28 · 18 min

    Episodio 132. L’anno scorso ho fatturato solo 3.540 euro. In quella cifra c'è una diagnosi arrivata dopo trent’anni

    Silvia ha 43 anni, vive a Udine e lavora come editor e correttrice di bozze freelance. È cresciuta in una famiglia in cui il risparmio era una virtù assoluta, quasi un’ossessione: chiedere era un problema, desiderare un lusso. Da bambina rinuncia a ciò che le piace — dal basket alle gite — interiorizzando presto l’idea di non avere diritto a occupare spazio, nemmeno economico. C’è però un’altra dimensione che attraversa tutta la sua vita e che Silvia scoprirà solo a 42 anni: è neurodivergente. Per trent’anni compensa. Studia gli altri, imita comportamenti, costruisce una maschera per funzionare in un mondo che le chiede di essere “come tutti”. Questa fatica invisibile si riflette anche nel lavoro: entra nell’editoria, ma resta ai margini; prova la stabilità, ma ne viene schiacciata; sceglie la libera professione, ma si scontra con un nodo profondo — l’impossibilità di attribuire valore economico a ciò che fa. Quando apre la partita Iva, la libertà che cerca si intreccia con una fragilità antica: «Non riesco a chiedere soldi». Nel 2025 fattura 3.540 euro. Una cifra che racconta insieme tre cose: un settore povero, una difficoltà personale a negoziare, e il costo - economico, prima ancora che psicologico - di una diagnosi arrivata troppo tardi. Il crollo arriva nel 2025, seguito da una diagnosi: autismo, ADHD, depressione. Non è una soluzione, ma un linguaggio nuovo per rileggere tutto: i lavori che non reggeva, gli ambienti che la saturavano, la fatica di esistere dentro strutture pensate per altri. Oggi Silvia si prepara a chiedere il riconoscimento dell’invalidità. L'obiettivo non è una pensione, ma le liste speciali per lavorare da casa, part time. Eppure il suo QI è di 128, superiore a quello di 97 persone su 100. «Però mi devo presentare come invalida, perché la società per come è strutturata mi chiede di fare delle cose che io non riesco a fare». L’indipendenza economica, che per anni ha inseguito, resta fragile: senza il supporto del compagno o della famiglia, dice, «sarei sotto un ponte». E così la sua storia diventa anche una domanda collettiva: cosa succede a chi può lavorare, ma solo a certe condizioni? E cosa succede quando quelle condizioni non esistono? Questa puntata è offerta da Bravo, una società che aiuta le persone a gestire e risolvere i propri debiti in modo sostenibile, attraverso un percorso costruito sulle proprie reali capacità economiche e sulla propria situazione finanziaria.

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