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Indagini

Il Post

Tutto quello che è successo dopo alcuni dei più noti casi di cronaca nera italiana. Una storia ogni mese, il primo del mese. Un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi.

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  • 22 episodes
  • Avg 42 min
  • Italian
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  • Yesterday · 55 min

    Ravenna – 16 settembre 2016 – Prima parte

    Giulia Ballestri scomparve a Ravenna il 16 settembre 2016. Il suo corpo venne trovato nella notte tra il 18 e il 19 settembre nello scantinato di una villa di proprietà della famiglia del marito, Matteo Cagnoni. Quella villa, costruita negli anni Trenta, era abbandonata da tempo. In città era conosciuta come “la casa degli spiriti”. La donna, stabilì l’inchiesta, era stata colpita ripetutamente con un grosso ramo di pino. L’aggressione era durata 40 minuti, a più riprese. L’assassino l’aveva guardata soffrire, l’aveva spogliata per umiliarla. Giulia Ballestri si stava separando dal marito, un dermatologo famoso, appartenente a una famiglia molto conosciuta in città. L’uomo fu fermato dopo un tentativo di fuga dalla casa dei genitori a Firenze. Negò, e ha sempre continuato a farlo, di essere l’assassino della moglie. Grazie all’iniziativa di una pubblico ministero, l’indagine venne aperta subito, fin dal 18 settembre, per omicidio e non per scomparsa di una persona. Questo permise di acquisire rapidamente una serie di elementi che consentirono di ricostruire, anche visivamente, grazie a varie videocamere, che cosa poteva essere accaduto. Gli inquirenti individuarono il movente nel rifiuto dell’uomo di affrontare quello che considerava uno sfregio alla sua immagine pubblica. Matteo Cagnoni è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • Yesterday · 57 min

    Ravenna – 16 settembre 2016 – Seconda parte

    Giulia Ballestri scomparve a Ravenna il 16 settembre 2016. Il suo corpo venne trovato nella notte tra il 18 e il 19 settembre nello scantinato di una villa di proprietà della famiglia del marito, Matteo Cagnoni. Quella villa, costruita negli anni Trenta, era abbandonata da tempo. In città era conosciuta come “la casa degli spiriti”. La donna, stabilì l’inchiesta, era stata colpita ripetutamente con un grosso ramo di pino. L’aggressione era durata 40 minuti, a più riprese. L’assassino l’aveva guardata soffrire, l’aveva spogliata per umiliarla. Giulia Ballestri si stava separando dal marito, un dermatologo famoso, appartenente a una famiglia molto conosciuta in città. L’uomo fu fermato dopo un tentativo di fuga dalla casa dei genitori a Firenze. Negò, e ha sempre continuato a farlo, di essere l’assassino della moglie. Grazie all’iniziativa di una pubblico ministero, l’indagine venne aperta subito, fin dal 18 settembre, per omicidio e non per scomparsa di una persona. Questo permise di acquisire rapidamente una serie di elementi che consentirono di ricostruire, anche visivamente, grazie a varie videocamere, che cosa poteva essere accaduto. Gli inquirenti individuarono il movente nel rifiuto dell’uomo di affrontare quello che considerava uno sfregio alla sua immagine pubblica. Matteo Cagnoni è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • August 10 · 9 min

    Mar Tirreno meridionale, 27 giugno 1980

    La sera del 27 giugno 1980 all’aeroporto di Palermo si aspetta un aereo proveniente da Bologna. I parenti sono in attesa, l’aereo dovrebbe atterrare poco dopo le 21. Ma non arriva. I primi resti dell’aereo saranno trovati in mare la mattina dopo. I primi corpi, qualche giorno dopo. A bordo c’erano 81 persone. Nessuno è sopravvissuto. Per la strage di Ustica non si è mai arrivati a una verità giudiziaria, ma c’è una verità storica ormai accertata: la caduta dell’aereo – un DC-9 della compagnia aerea Itavia – non fu causata dal cedimento strutturale, come si disse inizialmente, né da un errore del pilota. Nei cieli italiani quella sera ci fu un’intensa attività di aerei militari non italiani: uno scenario di guerra, forse una vera battaglia aerea. E le 81 persone che erano a bordo del DC-9 ne furono vittime collaterali. La caduta di quell’aereo segnò l’inizio di una storia lunga, complessa, piena di segreti, cose non dette, non ricordo, menzogne: un “muro di gomma” da parte dei vertici dell’aeronautica militare italiana. In quella vicenda ebbero un ruolo le tensioni e le potenze della guerra fredda, le basi militari americane e le esercitazioni sopra il Mediterraneo, la Libia governata da Muammar Gheddafi, i servizi segreti italiani e gli interessi commerciali di diversi Stati. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • August 1 · 55 min

    Policoro (Matera) - 23 marzo 1988 - Prima parte

    Marirosa Andreotta e Luca Orioli, due ragazzi poco più che ventenni, furono trovati morti nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1988. Erano a casa di Marirosa, a Policoro, in provincia di Matera. Fu la madre di lei a trovarli. Erano in bagno, lei nella vasca, lui sul pavimento, entrambi nudi. La morte fu attribuita a elettrocuzione, cioè una scossa elettrica partita da un termoventilatore. Morte accidentale, scrissero i carabinieri. Non ci fu autopsia e l’esame sui corpi fu superficiale e frettoloso, praticamente non fu fatto. Emerse da subito una stranezza: il termoventilatore, quando furono trovati i corpi, era ancora in funzione, non c’era stato nessun blackout. Fu fatta, dopo la richiesta della famiglia, una nuova perizia che attribuì la causa della morte a una presa a muro con fili scoperti ma si scoprì poi che i risultati di quella perizia erano stati falsificati da chi l’aveva eseguita. Da allora, si scoprirono altre cose strane: i corpi erano stati probabilmente spostati, la ragazza aveva una ferita lacero-contusa alla nuca che i carabinieri non avevano menzionato nel verbale mentre un testicolo del ragazzo era visibilmente ingrossato. Sei anni dopo si scoprì che le fotografie allegate al fascicolo presentavano immagini della scena molto diverse da quelle ricordate dai testimoni che per primi erano arrivati a casa degli Andreotta. I dubbi e la scoperta di incongruenze continuarono negli anni. I corpi vennero riesumati due volte e due autopsie diedero risultati molto differenti. La conclusione della prima fu che i due ragazzi erano stati probabilmente colpiti e annegati; la seconda tornò sulla morte accidentale, questa volta per avvelenamento da monossido di carbonio. L’indagine sulla morte dei due ragazzi entrò poi in una grande inchiesta, denominata Toghe lucane, condotta dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris. L’ipotesi fatta dal magistrato fu che Marirosa Andreotta e Luca Orioli avessero visto o scoperto qualcosa che non dovevano sapere. Ci sono stati nel tempo vari tentativi di riapertura delle indagini che si sono conclusi però sempre con archiviazioni. La vicenda dei due ragazzi di Policoro è una storia strana, piena di dubbi e domande senza risposte, ipotesi e sospetti. È una storia lunga 38 anni e che continua ancora oggi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • August 1 · 52 min

    Policoro (Matera) - 23 marzo 1988 - Seconda parte

    Marirosa Andreotta e Luca Orioli, due ragazzi poco più che ventenni, furono trovati morti nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1988. Erano a casa di Marirosa, a Policoro, in provincia di Matera. Fu la madre di lei a trovarli. Erano in bagno, lei nella vasca, lui sul pavimento, entrambi nudi. La morte fu attribuita a elettrocuzione, cioè una scossa elettrica partita da un termoventilatore. Morte accidentale, scrissero i carabinieri. Non ci fu autopsia e l’esame sui corpi fu superficiale e frettoloso, praticamente non fu fatto. Emerse da subito una stranezza: il termoventilatore, quando furono trovati i corpi, era ancora in funzione, non c’era stato nessun blackout. Fu fatta, dopo la richiesta della famiglia, una nuova perizia che attribuì la causa della morte a una presa a muro con fili scoperti ma si scoprì poi che i risultati di quella perizia erano stati falsificati da chi l’aveva eseguita. Da allora, si scoprirono altre cose strane: i corpi erano stati probabilmente spostati, la ragazza aveva una ferita lacero-contusa alla nuca che i carabinieri non avevano menzionato nel verbale mentre un testicolo del ragazzo era visibilmente ingrossato. Sei anni dopo si scoprì che le fotografie allegate al fascicolo presentavano immagini della scena molto diverse da quelle ricordate dai testimoni che per primi erano arrivati a casa degli Andreotta. I dubbi e la scoperta di incongruenze continuarono negli anni. I corpi vennero riesumati due volte e due autopsie diedero risultati molto differenti. La conclusione della prima fu che i due ragazzi erano stati probabilmente colpiti e annegati; la seconda tornò sulla morte accidentale, questa volta per avvelenamento da monossido di carbonio. L’indagine sulla morte dei due ragazzi entrò poi in una grande inchiesta, denominata Toghe lucane, condotta dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris. L’ipotesi fatta dal magistrato fu che Marirosa Andreotta e Luca Orioli avessero visto o scoperto qualcosa che non dovevano sapere. Ci sono stati nel tempo vari tentativi di riapertura delle indagini che si sono conclusi però sempre con archiviazioni. La vicenda dei due ragazzi di Policoro è una storia strana, piena di dubbi e domande senza risposte, ipotesi e sospetti. È una storia lunga 38 anni e che continua ancora oggi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • July 1 · 58 min

    Roma – 4 marzo 2016 – Prima parte

    Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato. Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine. Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini. A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • July 1 · 53 min

    Roma – 4 marzo 2016 – Seconda parte

    Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato. Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine. Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini. A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • June 10 · 8 min

    Genova, 21 luglio 2001

    Al termine del G8 di Genova, il 21 luglio 2001, ci fu quella che Amnesty International definì come «la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale dal dopoguerra». Furono i pestaggi compiuti dalla polizia nella scuola Diaz, dove alloggiavano giornalisti e manifestanti del Genoa Social Forum - in gran parte stranieri. Le torture proseguirono nella caserma di Bolzaneto, dove molte di queste persone furono portate dopo l’arresto. Erano manifestanti pacifici e giornalisti: di quelle 93 persone, nessun arresto fu poi convalidato, e in 80 casi l’arresto risultò illegittimo. Nel frattempo, 82 di loro avevano avuto bisogno di cure mediche dopo i pestaggi, e 62 erano state trasportate in ospedale. In questa puntata di Altre Indagini non c’è solo quello che accadde quella notte: ci sono gli episodi violenti dei primi giorni del G8, la percezione di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine che per non mostrarsi debole fossero necessari molti arresti, non importa di chi. E il modo in cui quegli eventi furono raccontati dalla stampa, e i processi che seguirono. Altre Indagini è il podcast di Stefano Nazzi che ogni due mesi racconta una delle grandi vicende della storia italiana, con gli stessi approcci e rigori applicati alla cronaca nera in Indagini. Le storie di Altre Indagini sono disponibili sul sito e ⁠⁠⁠sull’app del Post⁠⁠⁠ per le persone abbonate: un modo per ringraziarle per la loro partecipazione al progetto del Post, che fa sì che il Post possa continuare a fare il suo giornalismo in modo gratuito per tutte e tutti. ⁠⁠⁠Se vuoi ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post⁠⁠⁠. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • June 1 · 40 min

    Torino – 8 maggio 1996 – Prima parte

    Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla. In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli». Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna. La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • June 1 · 40 min

    Torino – 8 maggio 1996 – Seconda parte

    Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla. In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli». Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna. La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • May 1 · 48 min

    Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Prima parte

    Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio. A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti. I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento. A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • May 1 · 59 min

    Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Seconda parte

    Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio. A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti. I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento. A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • April 10 · 9 min

    Palermo, 16 gennaio 2023

    Matteo Messina Denaro è stato a lungo, per i mafiosi, una figura quasi mitologica: l’ultimo tra i capi della Cosa Nostra dell’epoca stragista a essere ancora in circolazione, latitante da trent’anni, imprendibile. Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, nel 2006, rimase l’unico in libertà tra i capi mafiosi che avevano partecipato nel 1992 alla riunione di Castelvetrano. Era la riunione in cui Totò Riina aveva imposto la strategia stragista: colpire persone con ruoli istituzionali o molto popolari, anche fuori dalla Sicilia, per fare pressioni sullo Stato affinché alleggerisse le posizioni dei mafiosi in carcere. E poi, a gennaio 2023, Messina Denaro è stato finalmente trovato e arrestato. Matteo Messina Denaro era scomparso a giugno del 1993, a 31 anni, ed è stato ritrovato che ne aveva 61. Nel frattempo era diventato uno dei capi più influenti di Cosa Nostra, e aveva guidato la sua trasformazione: meno morti, più affari, questa era diventata la nuova regola. Era un mafioso imprenditore. Altre Indagini è il podcast di Stefano Nazzi che ogni due mesi racconta una delle grandi vicende della storia italiana, con gli stessi approcci e rigori applicati alla cronaca nera in Indagini. Le storie di Altre Indagini sono disponibili sul sito e ⁠⁠sull’app del Post⁠⁠ per le persone abbonate: un modo per ringraziarle per la loro partecipazione al progetto del Post, che fa sì che il Post possa continuare a fare il suo giornalismo in modo gratuito per tutte e tutti. ⁠⁠Se vuoi ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post⁠⁠. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • April 1 · 41 min

    Isola di Cavallo (Corsica) – 17-18 agosto 1978 – Prima parte

    Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1978 davanti all’isola di Cavallo, al largo della Corsica, un colpo di fucile colpì all’inguine un ragazzo di 19 anni che stava dormendo su una barca. Quel ragazzo si chiamava Dirk Hamer, era tedesco. Morì 111 giorni dopo in seguito alla ferita, dopo aver subito l’amputazione della gamba andata in cancrena. A sparare quel colpo, con un fucile semiautomatico da guerra, era stato un italiano molto famoso: il principe Vittorio Emanuele, discendente dei Savoia, pretendente al trono d’Italia. Lui stesso ammise, subito dopo il fatto, di aver sparato quella notte due colpi, durante una lite con un ragazzo italiano. Disse di essere molto dispiaciuto per ciò che era accaduto. Poi, con il tempo, cambiò versione, affermò che qualcun altro aveva sparato e che, anzi, lui era il reale bersaglio di quei colpi. Vittorio Emanuele fu processato a Parigi e venne assolto e quell’assoluzione resta il grande mistero di questa storia. Poi, anni più tardi, in cella per un’altra vicenda, Vittorio Emanuele tornò a parlare di quella notte, non sapendo di essere registrato. Ammise nuovamente di essere stato lui a sparare e a colpire Dirk Hamer. Disse, riferendosi al processo: «Li ho fregati». Ma la storia di quella notte ebbe anche altre conseguenze indirette. Il padre di Dirk Hamer, dopo la morte del figlio, sviluppò una nuova pseudoterapia contro i tumori e le malattie gravi. Chiamò il suo metodo “nuova medicina germanica” sostenendo che ogni malattia derivava in realtà da un trauma psichico e che si potesse guarire senza cure farmacologiche ma solo superando quel trauma. Chiamò il trauma psichico alla base di ogni malattia la “Sindrome Dirk Hamer”. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • April 1 · 57 min

    Isola di Cavallo (Corsica) – 17-18 agosto 1978 – Seconda parte

    Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1978 davanti all’isola di Cavallo, al largo della Corsica, un colpo di fucile colpì all’inguine un ragazzo di 19 anni che stava dormendo su una barca. Quel ragazzo si chiamava Dirk Hamer, era tedesco. Morì 111 giorni dopo in seguito alla ferita, dopo aver subito l’amputazione della gamba andata in cancrena. A sparare quel colpo, con un fucile semiautomatico da guerra, era stato un italiano molto famoso: il principe Vittorio Emanuele, discendente dei Savoia, pretendente al trono d’Italia. Lui stesso ammise, subito dopo il fatto, di aver sparato quella notte due colpi, durante una lite con un ragazzo italiano. Disse di essere molto dispiaciuto per ciò che era accaduto. Poi, con il tempo, cambiò versione, affermò che qualcun altro aveva sparato e che, anzi, lui era il reale bersaglio di quei colpi. Vittorio Emanuele fu processato a Parigi e venne assolto e quell’assoluzione resta il grande mistero di questa storia. Poi, anni più tardi, in cella per un’altra vicenda, Vittorio Emanuele tornò a parlare di quella notte, non sapendo di essere registrato. Ammise nuovamente di essere stato lui a sparare e a colpire Dirk Hamer. Disse, riferendosi al processo: «Li ho fregati». Ma la storia di quella notte ebbe anche altre conseguenze indirette. Il padre di Dirk Hamer, dopo la morte del figlio, sviluppò una nuova pseudoterapia contro i tumori e le malattie gravi. Chiamò il suo metodo “nuova medicina germanica” sostenendo che ogni malattia derivava in realtà da un trauma psichico e che si potesse guarire senza cure farmacologiche ma solo superando quel trauma. Chiamò il trauma psichico alla base di ogni malattia la “Sindrome Dirk Hamer”. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • March 1 · 46 min

    Linköping, 1995 – Imperia, 2024 – Prima Parte

    Sargonia Dankha, una ragazza ventenne di origine irachena, scomparve a Linköping, nel sud della Svezia, il 13 novembre del 1995. Fu sospettato un uomo italiano, Salvatore Aldobrandi, allora 45 anni, che aveva avuto una relazione con la ragazza. Contro di lui la polizia svedese raccolse molti indizi, tra cui tracce di sangue di Dankha nel suo appartamento e sull’auto che aveva usato il giorno della scomparsa. Molti testimoni raccontarono di episodi di violenza, verbale ma anche fisica, di possessività estrema, di controllo continuo e ossessivo della ragazza da parte dell’uomo che non aveva mai accettato la fine del loro rapporto. Aldobrandi venne arrestato e rilasciato due mesi dopo. Rimase indagato ma contro di lui non venne mai formulata un’accusa formale. Il corpo della ragazza non si trovava e in Svezia era considerato impossibile un processo senza la prova che fosse avvenuto un omicidio. Aldobrandi lasciò la Svezia e tornò a vivere in Italia, a Sanremo. Ventisette anni dopo, attraverso avvocati italiani, la famiglia di Sargonia Dankha si è rivolta alla procura di Imperia che ha aperto un fascicolo di indagine. È stato un caso raro, se non unico: un italiano processato in Italia per un delitto commesso in un altro paese. E soprattutto giudicato basandosi anche su testimonianze, analisi scientifiche, ricostruzioni, esame dei tabulati telefonici, interrogatori, condotti in Svezia: quindi sui risultati di un’indagine effettuata, molti anni prima, dalla polizia di Linköping. Salvatore Aldobrandi è stato condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante dei motivi abbietti. I suoi difensori hanno presentato appello mettendo prima di tutto in dubbio proprio la validità in Italia di prove acquisite dalla polizia di un altro paese. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • March 1 · 53 min

    Linköping, 1995 – Imperia, 2024 – Seconda parte

    Sargonia Dankha, una ragazza ventenne di origine irachena, scomparve a Linköping, nel sud della Svezia, il 13 novembre del 1995. Fu sospettato un uomo italiano, Salvatore Aldobrandi, allora 45 anni, che aveva avuto una relazione con la ragazza. Contro di lui la polizia svedese raccolse molti indizi, tra cui tracce di sangue di Dankha nel suo appartamento e sull’auto che aveva usato il giorno della scomparsa. Molti testimoni raccontarono di episodi di violenza, verbale ma anche fisica, di possessività estrema, di controllo continuo e ossessivo della ragazza da parte dell’uomo che non aveva mai accettato la fine del loro rapporto. Aldobrandi venne arrestato e rilasciato due mesi dopo. Rimase indagato ma contro di lui non venne mai formulata un’accusa formale. Il corpo della ragazza non si trovava e in Svezia era considerato impossibile un processo senza la prova che fosse avvenuto un omicidio. Aldobrandi lasciò la Svezia e tornò a vivere in Italia, a Sanremo. Ventisette anni dopo, attraverso avvocati italiani, la famiglia di Sargonia Dankha si è rivolta alla procura di Imperia che ha aperto un fascicolo di indagine. È stato un caso raro, se non unico: un italiano processato in Italia per un delitto commesso in un altro paese. E soprattutto giudicato basandosi anche su testimonianze, analisi scientifiche, ricostruzioni, esame dei tabulati telefonici, interrogatori, condotti in Svezia: quindi sui risultati di un’indagine effettuata, molti anni prima, dalla polizia di Linköping. Salvatore Aldobrandi è stato condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante dei motivi abbietti. I suoi difensori hanno presentato appello mettendo prima di tutto in dubbio proprio la validità in Italia di prove acquisite dalla polizia di un altro paese. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • February 10 · 6 min

    Cermis, 3 febbraio 1998

    Il 3 febbraio 1998 la cabina di una funivia in Val di Fiemme, in Trentino, precipitò dopo che i cavi erano stati tranciati da un aereo militare statunitense. Le 20 persone che si trovavano a bordo morirono tutte. Al momento dell’impatto, l’aereo americano stava volando a 110 metri dal suolo e alla velocità di 540 nodi, circa 1000 chilometri all’ora: molto più basso dell’altezza minima consentita, e molto più veloce del massimo consentito. Il tipo di aereo militare utilizzato – un jet Grumman EA-6B Prowler – non è adatto al volo radente e non avrebbe dovuto volare così basso. Eppure il volo era stato autorizzato, anche dalla parte italiana. Le responsabilità di questa vicenda sono subito state individuate, la dinamica dell’incidente era chiara fin dall’inizio, e lo erano anche le infrazioni delle regole per voli radenti compiute dai piloti dell’aereo. Ma era chiaro anche che i militari americani non sarebbero mai stati giudicati in Italia: lo impedivano trattati della Nato e accordi secretati tra il governo italiano e quello degli Stati Uniti. Quindi la vicenda del disastro del Cermis è anche una vicenda politica, in cui ancora una volta la giustizia e il governo italiano si scontrarono con una volontà politica diversa. Altre Indagini è il podcast di Stefano Nazzi che ogni due mesi racconta una delle grandi vicende della storia italiana, con gli stessi approcci e rigori applicati alla cronaca nera in Indagini. Le storie di Altre Indagini sono disponibili sul sito e ⁠sull’app del Post⁠ per le persone abbonate: un modo per ringraziarle per la loro partecipazione al progetto del Post, che fa sì che il Post possa continuare a fare il suo giornalismo in modo gratuito per tutte e tutti. ⁠Se vuoi ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post⁠. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • February 1 · 43 min

    Marcheno (Brescia) - 8 ottobre 2015 - Prima parte

    Il 27 aprile 2022 il corpo di un maialino i 13 chili fu inserito nel forno fusorio di una fonderia di Provaglio d’Iseo, nel bresciano. Si trattava di un esperimento giudiziario in scala: lo scopo era capire che cosa accade a un corpo sottoposto a una temperatura di 900 gradi. L’esperimento era stato ordinato dal presidente della Corte d’assise del tribunale di Brescia che in quei giorni stava processando un uomo accusato di aver ucciso lo zio e di averne distrutto il corpo. Mario Bozzoli era scomparso l’8 ottobre 2015 alla fine di una giornata di lavoro nello stabilimento di cui era comproprietario insieme al fratello, a Marcheno. Una settimana dopo anche un operaio di quell’azienda era scomparso: il suo corpo era stato ritrovato pochi giorni dopo. L’autopsia stabilì che si era ucciso con una dose di veleno contenuta in un’esca per animali selvatici. Le indagini sulla scomparsa di Mario Bozzoli erano state lunghe e complesse. Più di quattro anni dopo si era arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per il nipote Giacomo, con cui l’uomo aveva avuto duri contrasti per motivi economici. L’obiettivo finale dell’esperimento con il corpo del maialino era aiutare la giuria del processo a capire se il corpo fosse stato fatto scomparire all’interno del forno della sua azienda. La risposta dei periti incaricati dai giudici fu che sì, era possibile che Mario Bozzoli fosse stato gettato nel forno fusorio e che di lui fossero rimasti solo pochi resti poi fatti facilmente scomparire. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

  • February 1 · 1 hr 7 min

    Marcheno (Brescia) - 8 ottobre 2015 - Seconda parte

    Il 27 aprile 2022 il corpo di un maialino i 13 chili fu inserito nel forno fusorio di una fonderia di Provaglio d’Iseo, nel bresciano. Si trattava di un esperimento giudiziario in scala: lo scopo era capire che cosa accade a un corpo sottoposto a una temperatura di 900 gradi. L’esperimento era stato ordinato dal presidente della Corte d’assise del tribunale di Brescia che in quei giorni stava processando un uomo accusato di aver ucciso lo zio e di averne distrutto il corpo. Mario Bozzoli era scomparso l’8 ottobre 2015 alla fine di una giornata di lavoro nello stabilimento di cui era comproprietario insieme al fratello, a Marcheno. Una settimana dopo anche un operaio di quell’azienda era scomparso: il suo corpo era stato ritrovato pochi giorni dopo. L’autopsia stabilì che si era ucciso con una dose di veleno contenuta in un’esca per animali selvatici. Le indagini sulla scomparsa di Mario Bozzoli erano state lunghe e complesse. Più di quattro anni dopo si era arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per il nipote Giacomo, con cui l’uomo aveva avuto duri contrasti per motivi economici. L’obiettivo finale dell’esperimento con il corpo del maialino era aiutare la giuria del processo a capire se il corpo fosse stato fatto scomparire all’interno del forno della sua azienda. La risposta dei periti incaricati dai giudici fu che sì, era possibile che Mario Bozzoli fosse stato gettato nel forno fusorio e che di lui fossero rimasti solo pochi resti poi fatti facilmente scomparire. Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices

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