
Meta patteggia al processo: 18 miliardi e i numeri che contano davvero
Autunno 2021. Una ragazza di sedici anni pubblica su Instagram la fotografia di un'automobile. Le piacciono le macchine, ha aperto il profilo da poco, sta provando a farsi un pubblico. Sotto la foto, uno sconosciuto scrive tre parole: torna in cucina. Lei può bloccare quel profilo oppure cancellare il commento. Nessuna delle due cose cambia qualcosa, perché quel commento non viola nessuna regola della piattaforma. Suo padre legge quelle tre parole. Lavora per Instagram: lo hanno richiamato per occuparsi del benessere degli utenti, di problemi come quello di sua figlia. Il 18 agosto 2026, in un tribunale federale di Oakland, quell'uomo è il primo testimone chiamato contro Meta. Si chiama Arturo Béjar. Del processo, in Italia, è arrivato quasi solo un numero: 1.400 miliardi di dollari. Non moltiplica i ragazzi danneggiati; moltiplica le volte in cui l'azienda ha dichiarato che andava tutto bene. Lo aveva dichiarato pubblicando un indicatore. Negli stessi mesi, dentro Instagram, un questionario mandato a quasi 240.000 utenti ne misurava un altro: fra i due ci sono tre ordini di grandezza, e nessuno dei due è falso. Poi ce n'era un terzo e quello lo guardavano tutti. La stessa domanda è già passata da un tribunale del New Mexico, dove Meta ha perso 942 milioni di dollari, dalla Commissione europea, che chiede di spegnere lo scorrimento infinito, e da un'aula del Tribunale delle Imprese di Milano, dove il 19 novembre si discute la stessa richiesta. Il 26 agosto 2026 il processo di Oakland si ferma prima del previsto: Meta patteggia. Pagherà almeno 12,1 miliardi di dollari in dieci anni, fino a 17,1 se anche le altre piattaforme accetteranno le stesse regole, e accetta una serie di limiti sull'uso dei minori. Nessuna sentenza. Quelle tre parole non sono mai diventate un verdetto: l'azienda ha scelto un numero, e lo ha pagato per non arrivare in fondo.



