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Emmanuel De La Paix percorre lande sperimentali. Ora si trova dove il confine tra suono, spazio, immagine, sopra e sotto è indefinibile. È il limbo creativo e mistico in cui la musica trae energia dalla forza degli elementi generando onde sonore e nutrendo l’anima.
Si chiama “Chromaverse (Human Structures)” (2026 Broque) l’ultima opera di Emanuel De La Paix. È il suo album più intenso e dettagliato, un nuovo esercizio musicale specchiato che segna la fine di un ciclo stilistico (questa volta non ci sono il mix e la produzione di Birgir Birgisson) prima dell’inizio di qualcosa di nuovo, quella “novità” che è centrale nel percorso evolutivo di De La Paix.
“Chromaverse (Human Structures)” contiene 14 canzoni che portano il numero di una stanza. È un climax che parte ambient e meditativo, assume progressivamente vigore, ritmo e voce, prima di farti scendere dall’altro versante di una collina sperimentale, verso un epilogo nuovamente etereo.
Emmanuel De La Paix ce lo ha raccontato.
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