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show notes
C’è un gioco che faccio ogni tanto, e che consiglio a chiunque si prenda troppo sul serio. Mi diverto a calcolare quanto tempo ci vuole, dopo la morte, per essere dimenticati. Due settimane di messaggi. Un mese di quel silenzio strano quando qualcuno fa il tuo nome. A un anno ti ricordano solo i tuoi cari, e già a modo loro, come si ricorda una stanza in cui si è vissuto. A due generazioni, il nulla. Lo so che detto così suona macabro. A me fa l’effetto opposto: mi rilassa. Tutta questa fatica di essere ricordati, di lasciare il segno, di difendere il nome, per un pubblico che tra cento anni sarà composto esattamente da nessuno. L’oblio vincerà comunque, e con un vantaggio così largo che affannarsi a contrastarlo è la cosa più buffa che facciamo. Tanto vale, ogni tanto, andargli incontro spontaneamente.